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GIOVANNI XXIII

(1881-1963)

 

Storia della Chiesa

Piccolo vocabolario Teologico

I Pontefici

IL RECITAL

 

 

“…e venne un uomo

di nome Giovanni”

 

 

Le opere e il pensiero di papa Giovanni, come spesso accade per i grandi uomini e le grandi donne che hanno donato semi di speranza e di saggezza all’umanità, conservano una straordinaria attualità anche a distanza di molti anni.

 

 

 

In qualsiasi momento possono interrogare la nostra coscienza e infondere fiducia nella capacità dell’umanità di costruire un mondo migliore, così come accadde l’11 ottobre 1962 quando Papa Giovanni apriva il Concilio Vaticano II per convertire in primo luogo la Chiesa alla fraternità e al dialogo con un mondo in continuo cambiamento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DECANATO DI LEGNANO

 

 

 

 

Riflessioni, letture e canti

in ricordo

di papa Giovanni XXIII

Chiesa S. Ambrogio  -  Legnano

 

Gruppo Culturale

Centro Comunitario SS. Martiri

Via Venezia, 60

LEGNANO

 

DECANATO DI LEGNANO

 

     Sabato

     26 febbraio 2005

     ore 21,00

     Chiesa S. Ambrogio   

     Legnano

“...e venne un uomo

di nome Giovanni”

 

Letture e canti in ricordo

di papa Giovanni XXIII

(a cura di Carlo Penati)

 

Con una riflessione di Mons. Carlo Galli

 

Con la partecipazione

del coro DALAKOPEN

diretto dal M° Pietro Ferrario

 

 

 

ricerca di fraternità che ha caratterizzato l’esperienza di papa Giovanni, sia nei confronti delle chiese cristiane separate che delle diverse culture e ideologie: ricerca di ciò che unisce piuttosto di ciò che divide

4) la quarta parte mette in evidenza il forte impegno per la pace e la giustizia a fronte dei processi di indipendenza dei popoli del terzo mondo e del potenziale conflitto nucleare

5) la quinta parte porta la riflessione sulla morte e sull’eredità lasciata dal pontefice ai cristiani e a tutti gli uomini di buona volontà.

L’autore

Carlo Penati

Gli interpreti

Carlo Castelletti, Sara Bordoni, Sergio Breda, Saverio Clementi. Franca Mazzuchelli, Adriano…

La regia

Sergio Baratto

I tecnici

Marco Donati, Francesco Stellino…

 

Il Coro Dalakopen

Costituitosi nel 1997, è composto da persone unite dal desiderio di fare musica tramite la comune passione per il canto corale a cappella. Il repertorio spazia dalla polifonia classica a quella contemporanea, sacra e profana, con predominanza  di brani tratti dalla tradizione folklorica mondiale ed elaborazione di pop-songs.

Sin dalla fondazione il gruppo è diretto dal M° PIETRO FERRARIO, apprezzato compositore in campo internazionale, pianista, organista, nonché direttore di altre formazioni corali tra cui l’Ensamble Vocale Calycanthus, alla cui guida è stato più volte premiato in concorsi nazionali e internazionali.

Il programma del coro

(in ordine di esecuzione)

Joy to the world (G.F. Händel, arr. di L. Mason e N. Jenkins: proclamazione gioiosa della nascita di Cristo)

 

Come Again (J. Dowland: madrigale inglese rinascimentale del 1597: “ vieni ancora, Signore”)

Somewhere over the rainbow (H. Arlen, arr. G. Ziemann, arrangiamento di una famosa canzone della prima metà del ‘900)

Sur le pont d’Avignon  (canto gioioso popolare francese; arr. Vic Nees. Soprano solista Maria Rosa Cislaghi)

Come follow  (J. Hilton, canone di epoca barocca il cui testo recita: “vieni e seguimi, dice il Signore”)

The lion sleeps tonight (canto popolare zulu: arr. P. Amico. Soprano solista Stefania Nevosi)

Heliseb Valjadel (U. Sisask, un’Ave Maria composta nel 1991 in lingua estone. Soprano solista Stefania Nevosi)

How Deep Is the Ocean (Irving Berlin, arr. Kirby Shaw, canzone d’amore del 1932. Soprano solista Maria Rosa Cislaghi)

Down by the riverside (Anonimo: negro-spiritual che invoca la pace: “Non farò mai più la guerra!”)

Brureslat (danza popolare norvegese dai caratteri di ninna nanna arrangiata nel 1978 da Henning Sommerro)

Sommarpsalm (W. Åhlén, preghiera “Salmo d’estate” scritta dal compositore svedese nel 1934: “tutto perisce, solo la parola di Dio dura per sempre”)

 

Es ist ein Ros’ entsprungen (tradizionale canto natalizio tedesco; arr. Donald Cashmore e Pretorius)

Yesterday (Lennon– McCartney, arr. H. Krato, canzone dei Beatles composta nel  1965 Soprano solista Stefania Nevosi)

 

“…E VENNE UN UOMO DI NOME GIOVANNI”

 

(a cura di Carlo Penati)

 

 

 

 

 

 

 

Riflessioni, letture, canti in ricordo di papa Giovanni XXIII

con la partecipazione del coro DALAKOPEN

 

 

 Premessa

 

Papa Giovanni XXIII morì il 3 giugno 1963, vigilia di Pentecoste, lasciando  abbondanti semi di speranza per l’umanità.

Il testo qui pubblicato è stato scritto sotto forma di recital, per ricordare in particolare due momenti fondamentali della vita di Angelo Roncalli:

 

·                il 28 ottobre 1958, giorno in cui è stato eletto papa con il nome di Giovanni XXIII;

·                l’11 ottobre 1962, giorno di apertura del Concilio Vaticano II, da lui voluto per convertire in primo luogo la Chiesa alla fraternità e al dialogo con un mondo in continuo cambiamento.

 

Il recital ripercorre alcune fasi salienti del suo pontificato attraverso il filo rosso rappresentato dalla lettura di brani scritti dal pontefice.

A lui fanno da cornice gli scritti che importanti uomini di chiesa gli hanno dedicato:  Ernesto Balducci, Primo Mazzolari, Davide Maria Turoldo, Roger Schutz, Paolo VI.

Una voce narrante, interrotta in più punti da un dialogo tra due persone del popolo, fa da contrappunto alle letture contestualizzando le parole di Giovanni XXIII e facilitandone la comprensione, a distanza di quarant’anni, per le donne e gli uomini del Duemila.

Il coro, attraverso l’esecuzione di canti sacri, popolari, etnici, accompagna le letture sottolineando i toni della narrazione e commentandone il significato con armonie evocative.

Il recital, composto da un atto unico, si articola in cinque parti:

1) la prima parte cerca di tratteggiare il profilo di papa Giovanni: chi fu quest’uomo in grado di cambiare, in meno di cinque anni di pontificato, volto e missione della Chiesa cattolica?;

2) la seconda parte si interroga proprio sul metodo adottato per favorire questi cambiamenti, sullo stile di relazione adottato da papa Giovanni per portare i propri interlocutori, senza mai forzare, ad accettare nuovi punti di vista e nuove aperture di fede;

3) la terza parte mette a fuoco la testimonianza e la ricerca di fraternità che ha caratterizzato l’esperienza di papa Giovanni, sia nei confronti delle chiese cristiane separate che delle diverse culture e ideologie: ricerca di ciò che unisce piuttosto di ciò che divide;

4) la quarta parte pone in evidenza il forte impegno per la pace e la giustizia a fronte dei processi di indipendenza dei popoli del terzo mondo e del potenziale conflitto nucleare, indicando percorsi che interrogano ancor oggi la coscienza delle persone e che potrebbero, se opportunamente seguiti, favorire l’incontro e il dialogo nel nostro mondo tormentato;

5) la quinta parte porta la riflessione sulla morte e sull’eredità lasciata dal pontefice ai cristiani e a tutti gli uomini di buona volontà, un’eredità che conserva intatta tutta la sua freschezza e che ancora ricorda il vento dolce e impetuoso che ispirò, in quegli anni, cammini di fede ed esperienze di carità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“…e venne un uomo di nome Giovanni”

 

 

 

Narratore: Per ricordare Papa Giovanni, che siederà qui davanti all’altare, abbiamo preparato una meditazione basata sui suoi scritti. Si tratta di un percorso impegnativo perché Angelo Roncalli ci ha donato tante piste su cui riflettere, attuali ancor oggi. Per questo abbiamo chiesto aiuto ad alcuni protagonisti delle vicende ecclesiali degli ultimi decenni: padre Ernesto Balducci e don Primo Mazzolari, che siederanno alla sinistra di papa Giovanni; Padre David Maria Turoldo e Paolo VI, che si troveranno alla sua destra.

Il commento musicale del coro accompagnerà passo passo la recita aiutando la riflessione.

Manca ancora un protagonista: il popolo degli anni del pontificato di Giovanni XXIII. Ascoltiamolo subito…

 

Una donna: “Hai sentito? E’ diventato Papa Angelo Roncalli, un bergamasco di Sotto il Monte”

Un uomo: “E chi è, io non l’ho mai sentito nominare!”

Una donna: “ Veramente neanch’io, ma la radio ha detto che era il Patriarca di Venezia, e che è stato anche Nunzio apostolico a Parigi.”

Un uomo: “Boh, e che tipo è? Non sarà mica come Pio XII?”

Una donna: “A parte l’età, visto che ha già 77 anni, credo di no: la radio poco fa ha detto che è un cardinale noto ed amato, e che sarà un buon Papa.”

Un uomo: “Speriamo. Ne abbiamo proprio bisogno... E come si chiamerà?”

Una donna: “Giovanni XXIII”

 

(Canto Joy to the world)

 

Narratore: La fumata bianca vista in piazza San Pietro poco dopo le 16,50 di martedì 28 ottobre 1958 colse molti di sorpresa. I cinquantun cardinali riuniti in conclave avevano eletto papa un anziano prelato con una lunga esperienza diplomatica: Angelo Giuseppe Roncalli. Per una parte dei suoi elettori doveva essere un papa di transizione, un papa innocuo, un bonaccione. La persona adatta per consentire alla Curia romana di riorganizzarsi, mantenendo il potere, per poi trovare un nuovo pontefice in grado di dare continuità alla chiesa di Pio XII.

Ma non potevano sapere di quanto si sbagliassero. Papa Giovanni aveva fatto dell’obbedienza e della pace – non a caso il motto del suo stemma vescovile era Oboedentia et pax - le regole della sua vita cristiana. Ma adesso che doveva obbedire soltanto a Dio…

Se per i dotti e i potenti la sua elezione fu una sorpresa, essa risponderà invece alle attese della chiesa vicina ai poveri e per questo guardata con sospetto se non perseguitata. Così scriveva don Primo Mazzolari, sul suo notiziario “Adesso”, prima del conclave che avrebbe eletto papa Angelo Roncalli:

 

Primo Mazzolari: “ Può darsi che la Provvidenza, giocando l’aspettativa temporale di parecchie sfere clericali, ci mandi un pontefice silenzioso, senza incanto di corpo e senza fascino di cultura, un profeta.(…) Non osiamo chiedere nulla. Ma voglia il Signore, usandoci pietà, donare alla sua Chiesa – la Chiesa dei poveri, degli oppressi, degli orfani, dei tribolati, la Chiesa degli ultimi – un pontefice umile e povero, preoccupato di proteggere gli inermi e di eliminare il terrore dai cuori! Siamo stanchi di troppa scienza e di troppa cultura; stanchi di troppo potere e troppi spettacoli…stanchi di grandezze, di prestigio e di primi posti…stanchi di parole…Il resto, questo inutile e ingombrante resto, che arriva sin sulle soglie del conclave, il resto cadrebbe da sé, con sollievo per tutti.”

 

Narratore: Chi era papa Giovanni? Si potrebbe oggi definire un profeta, un uomo di Dio. Certo, molti cardinali erano più preparati di lui, sia dal punto di vista teologico che dottrinale. Qualcuno dice addirittura che non fosse tra i più intelligenti. Eppure si direbbe che la Provvidenza veda meglio degli uomini.

Così Papa Giovanni presenta se stesso nel discorso di insediamento, quando venne nominato Patriarca di Venezia:

 

Papa Giovanni: "Vi voglio parlare con la massima schiettezza di cuore e di parola... Vi hanno detto di me cose che sorpassano di gran lunga i miei meriti. Mi presento umilmente io stesso. Come ogni altro uomo che vive quaggiù, provengo da una famiglia e da un punto ben determinato: con la grazia ed una buona salute fisica con un po' di buon senso da farmi vedere presto chiaro nelle cose; con una disposizione all'amore degli uomini che mi tiene fedele alla legge del Vangelo, rispettoso del diritto mio ed altrui, che mi impedisce di fare del male a chicchessia, anzi, che mi incoraggia a fare del bene a tutti. Vengo dall'umiltà e fui educato ad una povertà contenta e benedetta che ha poche esigenze, che protegge il fiorire delle virtù più nobili e più alte e prepara alle elevate ascensioni della vita. La Provvidenza mi trasse dal mio villaggio nativo e mi fece percorrere le vie del mondo in Oriente ed in Occidente, accostandomi a genti di religioni e di ideologie diverse, in contatto coi problemi sociali acuti e minacciosi e conservandomi la calma é l'equilibrio dell'indagine e dell'apprezzamento, sempre preoccupato, salva la fermezza ai principi del Credo cattolico e della morale, più di quello che unisce, che di quello che separa e suscita contrasti...".

“La povertà mi ha preso sulle braccia fin da bambino e non mi ha lasciato nemmeno quando sono diventato vescovo”.

 

(canto Come Again)

 

Narratore: Un papa come Giovanni XXIII era atteso anche al di fuori della chiesa cattolica, dai cristiani delle altre religioni che aspiravano all’incontro, al dialogo, all’unità. Così scriveva Lord Halifax, animatore negli anni Venti delle Conversazioni di Malines, create per riavvicinare cattolici e anglicani: “Certe catastrofi come l’ultima guerra hanno molto avvicinato. Ma il passato non importa più. Bisogna guardare all’avvenire. Ah! se venisse un grande papa, che dicesse: “Dimentichiamo il passato. Andiamo verso l’alto mare”.

 

Papa Giovanni: “Ma, umiliandomi per il poco o il nulla concluso sin qui, levo gli occhi verso l’avvenire. C’è ancora luce innanzi a me: c’è ancora speranza di bene. Riprendo dunque il mio bastone, che ormai sarà quello della vecchiaia, e vado incontro a tutto ciò che il Signore vorrà da me”.

 

Narratore: Queste parole piene di speranza e di fiducia erano state scritte nel 1929, dall’allora don Angelo Roncalli, nel suo diario. E già preannunciano il carattere, il tono del suo pontificato. Papa Giovanni proprio perché non parlava come un teologo, come un dotto, ma con l’immediatezza e la schiettezza dei contadini, comunicava direttamente con le persone, si metteva in sintonia spontaneamente, senza mediazioni, con i loro sentimenti, le loro paure, parlava al loro cuore; per questo veniva da tutti compreso, anche da chi non credeva, perché ognuno sentiva che il papa parlava proprio a lui. Questo è lo stile non studiato di papa Giovanni, che gli ha consentito di essere un “papa cordiale”.

 

Ernesto Balducci: “All’improvviso è venuto il Papa, caro e santo Vecchio. Nel vederlo sulla sedia gestatoria, oscillante sul mare di teste sacre, mi sono commosso. Tracciava benedizioni e accennava di qua e di là col capo, alla buona. (…)  Se non diventava Papa, mi sono detto, chi avrebbe mai saputo che nella Chiesa batteva un cuore come il suo? (…) Non c’è nessuna legge, di grazia o di natura, per cui un papa debba avere un cuore come il suo. Esso è un valore umano non necessario. Oggi è una ricchezza per tutta la Chiesa; tutta la Chiesa è diventata più cordiale: l’abbiamo capito fin dall’inizio, ma l’impressione, invece di affievolirsi, si è fatta più ricca e più sicura. Ora sappiamo che quella cordialità non è solo un dato del temperamento. E’ la “mens cordis”, di cui parla la Scrittura, la “mente del cuore”. Si tratta, cioè, di un cuore che pensa, che ha i suoi piani. Ogni uomo di governo se è intelligente, ha i suoi piani, ma non sempre è il cuore che glieli ispira e li traduce in fatti. Il cuore, come sanno tutti i governanti, è una debolezza. Ma in una istituzione come la Chiesa, che rassomiglia più a una famiglia che a uno stato, un’intelligenza senza cuore diventa facilmente funesta. Meglio, con tutti i guai che procura, un cuore senza intelligenza! Ma il Papa ha l’intelligenza del cuore e penso che la grazia preferisca questo a tutti gli altri strumenti umani. Egli va avanti e non sembra: trasforma, secondo il cuore di Dio, la Chiesa senza dar noia a nessuno. Il cuore rende paziente l’intelligenza, l’accomoda agli uomini, rispetta la libertà mentale e ne guida il gioco. (…) Certo egli prende sul serio la propria autorità: tuttavia sembra far di tutto per liberarla dalle forme rigide del suo tradizionale esercizio, in modo da far capire a tutti ch’essa non è che un’espressione di paternità.”

 

Narratore: Queste parole sono tratte da un articolo di padre Balducci, uno dei protagonisti della Chiesa post-conciliare, che venne pubblicato su “Il giornale del mattino” del 4 marzo 1962, nella rubrica “Cronache dell’anima”. L’articolo fu trovato alla morte di Giovanni XXIII in una cartella di pelle, contenente alcuni ritagli di stampa e le foto dei familiari che il pontefice teneva nello scrittoio della sua camera da letto.

Di papa Giovanni parlò anche fratel Roger Schutz, fondatore della Comunità di Taizè, il 13 ottobre 1962, a commento del discorso che il pontefice fece nell’incontro con i quarantaquattro osservatori di fede cristiano non cattolica venuti a Roma per il Concilio ecumenico Vaticano II.

 

Roger Schutz: “E’ un uomo di Dio. Conquista l’anima con la sia semplicità. E’ un uomo di preghiera. E’ un vescovo pronto al sacrificio e pieno di ispirazione autentica. Siamo pieni di speranza per l’unità”.

 

(Canto Somewhere over the rainbow)

 

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Narratore: Come ha fatto questo papa a cambiare profondamente la chiesa e, con essa, a incidere così profondamente nella storia dell’umanità? Forse papa Giovanni non fu propriamente così come lo stiamo descrivendo o non fu soltanto così, ma a noi piace ricordarlo da uno dei possibili angoli di visuale, come se seguissimo un raggio di luce che ci conduce, assieme ad altri sconosciuti, nel cuore di una stella. D’altra parte papa Giovanni sfugge a molti schemi e paradigmi, in quanto fonda la sua azione su una “ermeneutica della carità” che egli antepone, come chiave interpretativa pratica, ad ogni analisi razionale e teologica. E’ come se il piano affettivo delle relazioni anticipasse sempre il comporsi di quadri concettuali anche rigorosi: una vena calda di umanità che privilegia l’essere della persona, di ogni persona, sul dover essere delle norme ecclesiali; una vena calda che mina alle radici l’iceberg della chiesa cattolica pre-conciliare, ingessata in forme sacrali fuori da ogni tempo e quindi incapace di comunicare la Parola di Dio alle donne e agli uomini della seconda metà del XX secolo. Mentre Giovanni è così attento ai segni dei tempi…

 

Papa Giovanni: “Queste dolorose constatazioni richiamano al dovere della vigilanza e tengono desto il senso della responsabilità. Anime sfiduciate non vedono altro che tenebre gravare sulla faccia della terra. Noi, invece, amiamo riaffermare tutta la nostra fiducia nel Salvatore nostro, che non si è dipartito dal mondo, da Lui redento. Anzi, facendo nostra la raccomandazione di Gesù, di saper distinguere “i segni dei tempi” (Matteo 16,4), ci sembra di scorgere, in mezzo a tante tenebre, indizi non pochi che fanno sperare sulle sorti della Chiesa e dell’umanità. Giacché le guerre sanguinose che si sono susseguite nei nostri tempi, le rovine spirituali causate da molte ideologie e i frutti di tante amare esperienze, non sono stati senza utili insegnamenti. Lo stesso progresso scientifico, che ha dato all’uomo la possibilità di creare ordigni catastrofici per la sua distruzione, ha sollevato interrogativi angosciosi; ha costretto gli esseri umani a farsi pensosi, più consapevoli dei propri limiti, desiderosi di pace, attenti all’importanza dei valori spirituali; e ha accelerato quel processo di più stretta collaborazione e vicendevole integrazione tra individui, classi e nazioni, al quale, pur fra mille incertezza, sembra già avviata la famiglia umana.”

 “Or più che mai, certo più che nei secoli passati, siamo intesi a servire l’uomo in quanto tale e non solo i cattolici. A difendere ovunque e anzitutto i diritti della persona umana e non solamente quelli della Chiesa cattolica. Le circostanze odierne esigono, le esigenze degli ultimi cinque anni, l’approfondimento dottrinale ci hanno condotto dinanzi a realtà nuove (…) non è il Vangelo che cambia, siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio… E’ giunto il momento di riconoscere i segni dei tempi, di coglierne le opportunità e di guardare lontano”.

 

Narratore: Queste ultime parole furono pronunciate da papa Giovanni nel suo dettato testamentario al segretario di stato Cicognani, poco prima della sua morte, il 25 maggio 1963; quasi volesse richiamare i cristiani di allora a continuare la strada del cambiamento aperta con il Concilio Vaticano II, comunicando la fiducia di chi, affidandosi a Dio, legge le sue impronte nella vita degli uomini e indica la strada da seguire.

Nella Chiesa prima di papa Giovanni l’adesione all’Istituzione (ai suoi riti, ai suoi voleri, alle sue idee) aveva sostituito in buona misura l’adesione alla parola di Dio, che soltanto i preti dovevano leggere e commentare. Giovanni XXIII rovescia il rapporto: la Chiesa non è un’Istituzione (in quanto tale immodificabile), non è un museo in cui conservare gelosamente il passato; è piuttosto uno strumento, un luogo esemplare, per la realizzazione del messaggio evangelico, vicino ai poveri ed ai sofferenti, non ai ricchi e ai potenti: ma amando i ricchi ed i potenti e mettendoli in guardia dell’uso o dell’abuso della loro ricchezza e del loro potere.

Giovanni sottrae la Chiesa al “potere” e le restituisce il volto evangelico del “servizio”.

 

Papa Giovanni: “Più mi faccio maturo d’anni e di esperienze, e più riconosco che la via sicura per la mia santificazione personale e per il migliore successo del mio servizio della Santa Sede, resta lo sforzo vigilante di ridurre tutto, principi, indirizzi, posizioni, affari, al massimo di semplicità e di calma; con l’attenzione di potare sempre la mia vigna di ciò che è solo fogliame inutile e viluppo di viticci, ed andare dritto a ciò che è verità, giustizia, carità, soprattutto carità. Ogni altro sistema di fare, non è che posa e ricerca di affermazione personale, che presto si tradisce e diventa ingombrante e ridicolo”

 “Signore Gesù, conservatemi il gusto e la pratica di questa semplicità che, tenendomi umile, mi avvicina di più al vostro spirito ed attira e salva le anime”

 

Narratore: Pochissimi papi hanno dato, come Giovanni, la tranquillità a chiunque di tentare le strade dell’amore e, ricercando il meglio, di poter anche smarrire la strada. Perché lui avrebbe compreso e, anche se in disaccordo, non avrebbe mai condannato e squalificato la persona, ma solo additato l’errore per poter rinnovare l’incontro e il dialogo. Perché per papa Giovanni non esisteva il nemico, ma solo il fratello a cui porgere l’altra guancia dopo che aveva già percosso la prima.

 

Papa Giovanni: “Non bisogna mai confondere l’errore con l’errante anche quando si tratta di errore o di conoscenza inadeguata della verità in campo morale e religioso (perché) l’errante è sempre e anzitutto un essere umano e conserva sempre la sua dignità di persona (…). Inoltre in ogni essere umano non si spegne mai la esigenza, congenita alla sua natura, di spezzare gli schemi dell’errore, per aprirsi alla conoscenza della verità” 

(Anzi la collaborazione con i non credenti può essere un’)”occasione per scoprire la verità”.

 

(Canto Nkos’Usubenam Hosanna Nkosi Phezulu)

 

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Una donna: “Hai visto quanto cose sono cambiate dentro la chiesa, e anche al di fuori della chiesa, con Papa Giovanni?”

Un uomo: “Beh, dai, per lui è facile cambiare, è il papa, il capo della chiesa cattolica, la più grande istituzione del mondo. Può fare quello che vuole, può dare un ordine e tutti subito gli ubbidiscono”

Una donna: “ Guarda che non è mica così semplice. Il nostro parroco, che è appena stato a Roma, ha detto che anche Giovanni XXIII viene spesso contrastato dalla Curia Romana e anche lui deve combattere per realizzare i suoi obiettivi. E che soffre anche molto per questo”

Un uomo: “Ma cosa mi racconti, i preti dovrebbero essere i primi ad amarsi tra di loro, a rispettarsi reciprocamente, a collaborare fraternamente”

Una donna: “Allora sei più ingenuo di quanto non pensassi! Devi sapere che sia l’Osservatore Romano che la Radio Vaticana, spesso modificano i discorsi di papa Giovanni considerandoli troppo arditi, quasi eretici, soprattutto quando esprimono amore e accoglienza per i cristiani separati. Per non parlare poi di quando papa Giovanni cerca di aprire il dialogo con i paesi comunisti.”

Un uomo: “Questo si può anche capire. Pio XII aveva impostato il rapporto della Chiesa con il mondo sulla condanna di tutto ciò che non corrispondeva alla sua visione”

Una donna: “Neanche Papa Giovanni apprezza il comunismo. Però pensa che per ricondurre i paesi comunisti ad un maggior rispetto dei diritti umani e delle libertà religiose bisogni dialogare, trovare dei punti in comune, far vedere una Chiesa amica e non nemica, non contrapposta.

 

Papa Giovanni: “Non si possono (…) identificare false dottrine filosofiche sulla natura, l’origine e il destino dell’universo e dell’uomo, con movimenti storici e finalità economiche, sociali, culturali e politiche, anche se questi movimenti sono stati originati da quelle dottrine e da esse hanno tratto e traggono tuttora ispirazione. Giacché le dottrine, una volta elaborate e definite, rimangono sempre le stesse, mentre i movimenti suddetti, agendo sulle situazioni storiche incessantemente evolventesi, non possono non subirne gli influssi e quindi non possono non andare soggetti a mutamenti anche profondi. Inoltre, chi può negare che in questi movimenti, nella misura in cui sono conformi ai dettami della retta ragione e si fanno interpreti delle giuste aspirazioni della persona umana, ci siano elementi positivi e meritevoli di approvazione?”

 

Narratore: Proprio così. Papa Giovanni capiva che in fondo dietro l’esperienza del socialismo premevano i bisogni di grandi masse diseredate, sfruttate, oppresse. E con queste esigenze occorreva dialogare, dare risposte. Come si poteva farlo se non amando anche i comunisti, pur non approvando il loro ateismo? Papa Giovanni distingueva infatti tra comunismo e comunismo ateo; nei confronti di quest’ultimo cercava una strada per far apprezzare e riconoscere il valore dell’esperienza religiosa, che anelava al bene dell’uomo e alla sua salvezza; nei confronti del primo, del comunismo tout court, preferiva non esprimersi attraverso la condanna lasciando, come aveva fatto in Italia con i democristiani di fronte all’esperienza del centrosinistra che allora nasceva, che i laici operassero in autonomia le scelte politiche.

Oggi, molte cose possono sembrare scontate, ma allora, all’inizio degli anni sessanta, non lo erano affatto. Il papa fu aspramente contrastato dal Cardinale Ottaviani, Responsabile della Congregazione del Sant’Uffizio, e dalla curia romana che spingevano per un accordo con la destra neofascista e per una chiusura totale nei confronti del socialismo.

 

Papa Giovanni: “Il mio temperamento, incline alla condiscendenza ed a cogliere subito il lato buono nelle persone e nelle cose, piuttosto che alla critica ed al giudizio temerario, la differenza notevole di età, carica di più lunga esperienza e di più profonda comprensione del cuore umano, mi pongono non di rado in affliggente contrasto interiore con l’ambiente che mi circonda. Ogni forma di diffidenza o di trattamento scortese verso chicchessia, soprattutto se verso i piccoli, i poveri, gli inferiori; ogni stroncatura ed irriflessione di giudizio, mi dà pena ed intima sofferenza. Taccio, ma il cuore mi sanguina. Questi miei collaboratori sono bravi ecclesiastici: ne apprezzo le qualità eccellenti, voglio loro molto bene, e lo meritano tutto. Ma soffro del disagio interiore del mio spirito, in rapporto col loro. In certe giornate e circostanze sono tentato a reagire con forza. Ma preferisco il silenzio. confidando che questo riesca più eloquente ed efficace per la loro educazione. Non è debolezza la mia? Debbo, voglio continuare a portarmi in pace questa leggera croce, che si aggiunge al sentimento già mortificante della mia pochezza, e lascerò fare al Signore che scruta i cuori (Ger 20,12), e li attira verso le finezze della sua carità”

 

Narratore: E già qualche anno prima quando si trovava in missione diplomatica in Medio Oriente aveva scritto:

 

Papa Giovanni: “Io non merito nulla, e non soffro d’impazienza alcuna. Il constatare però la distanza tra il mio modo di vedere le situazioni sul posto, e certe forme di apprezzamento delle stesse cose a Roma, mi fa tanto male: è la mia sola croce”.

 

Narratore: Basta dunque essere “buoni” per cambiare la realtà? Giovanni è stato definito il “papa buono”: non è un’immagine mielosa, che rischia di ridurre ad una icona accettabile da tutti un profeta che scandalizzò curie e potenti, ma che fu molto amato dalla gente comune, dai poveri, dagli afflitti?

 

Papa Giovanni: “Qualcuno dice che il papa è troppo ottimista; vede soltanto il lato favorevole delle cose. Pone in risalto unicamente la parte migliore, che non vede che il bene. Ebbene sì: è un atteggiamento questo che Egli ritiene provvidenziale e lo avvicina a quanto ha compiuto lo stesso Nostro Signore Gesù, il quale ha mirabilmente diffuso intorno a sé insegnamenti positivi e costruttivi, apportatori di letizia e pace. Ma io non so distaccarmi dal Signore che non ha fatto altro che diffondere il bene e che più che sul no, ha sempre insistito sul sì” (…) “Ricordatevi che Dio ci ha chiamato a risanare i fratelli, non a terrorizzarli”.

“Nel nostro tempo la sposa di Cristo preferisce far uso della medicina della misericordia piuttosto che della severità: essa ritiene di venire incontro ai bisogni di oggi, mostrando la validità della sua dottrina piuttosto che con la condanna”

 

Narratore: Così si esprimeva papa Giovanni domenica 31 marzo 1963 durante la visita alla parrocchia di S. Basilio a Roma, la sua ultima uscita pastorale, quando era già gravemente ammalato. Non sono parole dette ad altri perché facciano ciò che noi non facciamo. Papa Giovanni cercava sempre di testimoniare coi propri comportamenti, dando l’esempio. Perché riteneva più importanti i gesti concreti delle dichiarazioni dottrinali. Da qui derivava una certa diffidenza nei confronti delle dispute teologiche, che lo portò a privilegiare, pur nella loro complementarità, l’ortoprassi, ossia la giusta pratica, rispetto all’ortodossia, la giusta dottrina.

In Turchia il 13 giugno 1935 una nuova legge, voluta dallo Stato laico di Ataturk, impose al clero gli abiti civili. Papa Giovanni non si scompose, seppe distinguere ciò che contava; andò, come insegna il Vangelo, al cuore dei problemi.

 

Papa Giovanni: “Che importa se portiamo sottana o pantaloni? L’importante è che possiamo annunciare la Parola di Dio.” 

“…Osservate questa terra di Turchia. Qui fu il teatro dove si svolse la vita assai movimentata della Chiesa per tante generazioni: qui le diocesi antiche erano numerose come le stelle del cielo. Ora è tutto scomparso, difficile l’identificazione delle località antiche, difficile la stessa precisazione dei nomi. Dunque nei disegni del Signore ciò che è materiale, e di natura sua mutevole, non ha importanza. Conviene attaccarsi ad esso per il legame che ha con ciò che è più alto, più sicuro. Venerare quindi i luoghi anche devastati così, le memorie monumentali, anche se in rovine, le reliquie, tanto più se insigni, ma non arrestarci a tutto ciò. Il regno di Gesù è tutto a beneficio dell’umanità: ma non è subordinato a ciò che nella stessa religione vera c’è di materiale, di esterno, di transitorio. Gesù di Nazaret ha fissato le stesse linee fondamentali della stessa organizzazione ecclesiastica, ma non ha legato questa a ragioni di località e di circostanze. Passa la bufera; scuote gli edifici più solidi, devasta, trasforma ogni cosa. Non importa nulla. Nei disegni del Signore tutto serve alla sua gloria, tutto corrisponde alla sua dottrina, che purifica e rinnova le generazioni umane”

 

(Canto Come follow)

 

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Narratore: Papa Giovanni è solito presentarsi con un gesto di carità, di apertura. Appena arrivato a Sofia in Bulgaria decide di far distribuire a duecentocinquanta bambini poveri un pasto al giorno; “sperpera” i fondi della diocesi in opere di carità, rimane sempre povero. In Turchia soccorre i terremotati destinando i fondi vaticani anche alla ricostruzione delle chiese ortodosse; salva centinaia di ebrei, tra cui moltissimi bambini, dai campi di sterminio. In Grecia, durante l’occupazione nazifascista, si dà da fare per superare il blocco degli Alleati e far arrivare il cibo alle popolazioni stremate.

Appena diventato papa, le sue prime uscite dal Vaticano sono per visitare gli orfani, i malati, i carcerati, rompendo gli schemi precedenti di un papa ieratico, lontano dalla gente, distinto dal suo popolo, aristocratico. Papa Giovanni si comporta invece come un uomo qualunque sorpreso, nel suo pellegrinaggio terreno, da una chiamata inattesa per la quale cambia soltanto l’abito, ma non gli atteggiamenti. Si comporta come un uomo libero che deve rispondere dai suoi atti ai fratelli e a Dio.

 

Papa Giovanni: “Noi amiamo distinguerci da chi non professa la nostra fede: fratelli ortodossi, protestanti, israeliti, musulmani, credenti e non credenti di altre religioni. Comprendo bene che diversità di razza, di educazione, di lingua ci trattengano ancora in una distanza che spesso è sconcertante. Pare logico che ciascuno si occupi di sé tenendosi serrato entro il cerchio limitato della propria consorteria (...) Miei cari fratelli e figlioli devo dirvi che nella luce del Vangelo e del principio cattolico, questa è una logica falsa. Gesù è venuto ad abbattere queste barriere; egli è venuto per proclamare la fraternità universale (…) Credete voi di potervi chiudere in casa tappando la porta e dicendo: io sono cattolico, io penso a me stesso, io non mi curo degli altri, la salute altrui non mi interessa? (…) In un’epoca dolorosa di distruzione e di odii, di egoismi individuali e nazionali, con la brutalità di provvedimenti che sono il disonore della razza umana, ciascuno deve pensare al dovere suo di contribuire alla ricostruzione morale del mondo”

 

Narratore: Così affermava papa Giovanni, alla fine della sua missione in Oriente, nell’omelia del giorno di Pentecoste. Per lui ogni cambiamento nasceva da un moto interiore, dal rimettere in discussione in primo luogo se stessi. Dopo di che l’energia di carità così accumulata poteva irradiarsi e alimentare imprevedibili giochi di cambiamento. Il metodo di papa Giovanni, come ha ben sintetizzato il vaticanista Giancarlo Zizola, è molto semplice. Egli parte da un’omissione, una dimenticanza: ad esempio fa finta di dimenticare in una preghiera della Messa l’appellativo “perfidi” accanto ad “ebrei”. Dopo di che, superato lo sconcerto, lo spiazzamento generato negli astanti, apre lo spazio per qualcosa di nuovo: il vuoto appositamente creato può essere colmato con nuovi significati, ed accanto alla parola “ebrei” può pronunciare, liberata dalla condanna della perfidia, la parola “fratelli”. In questo modo si aprono prospettive e possibilità del tutto nuove in cui lo spirito dell’amore può incunearsi a ricercare il bene comune, a ricamare, con il filo sottile della comunanza, punti di incontro e di condivisione.

In un appunto di papa Giovanni del 2 giugno 1962 si legge:

 

Papa Giovanni: “Nuovi cieli e nuove terre: quando li avremo?

La conversione nostra a Dio e quella di Dio a noi, produrranno il cambiamento?

I giorni del Signore verranno dopo la nostra attesa: Terra e cielo saranno rinnovati: ciò è ben sicuro.

Ma occorrerà anzitutto il trionfo della giustizia, ottenuto con l’educazione di un grande spirito di pace”.

 

Narratore: Perché egli era convinto che non siamo noi a cambiare, ma è Dio che attraverso di noi, e la nostra continua conversione, trasforma il mondo. Perché disperare dunque? Anche i nostri piccoli gesti quotidiani di disponibilità, di gratuità, di rifiuto delle ingiustizie anche quando sono a nostro vantaggio servono a rinnovare i cieli e la terra.

 

Papa Giovanni: “Nell’esercizio quotidiano del nostro ministero pastorale ci feriscono talora l’orecchio insinuazioni di anime, pur ardenti di zelo, ma non fornite di senso sovrabbondante di discrezione e di misura. Nei tempi moderni esse non vedono che prevaricazione e rovina; vanno dicendo che la nostra età, in confronto con quelle passate, è andata peggiorando; e si comportano come se nulla abbiano imparato dalla storia, che pure è maestra di vita, e come al tempo dei Concili Ecumenici precedenti tutto procedesse in pienezza di trionfo dell’idea e della vita cristiana e della giusta libertà religiosa.

Ma a noi sembra di dover dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano eventi sempre infausti, quasi sovrasti la fine del mondo. Nel presente ordine di cose, la buona Provvidenza ci sta conducendo ad un nuovo ordine di rapporti umani, che, per opera degli uomini, e per lo più oltre la loro stessa aspettativa, si volgono verso il compimento dei suoi disegni superiori e inattesi; e tutto, anche le umane diversità, dispone per il maggior bene della Chiesa”

 

(Canto The lion sleeps tonight)

 

Narratore: In quale direzione doveva muoversi questo nuovo cammino della chiesa nel mondo? Certo oltre i confini di Roma, che fino a quel momento aveva racchiuso in sé la pretesa di verità e di conoscenza. La chiesa è, nel mondo, ovunque si attui la carità. Papa Giovanni, tra i primi suoi atti include la nomina di vescovi del Terzo Mondo: asiatici, africani, latinoamericani…La sua attenzione si sposta verso confini lontani. Lui che aveva percorso le strade polverose del Medio Oriente sapeva che soltanto chi vive e soffre le situazioni locali può cogliere le necessarie sfumature del Vangelo e tradurle a beneficio dei diversi popoli.

Già l’11 luglio 1951 nel discorso tenuto davanti alla conferenza generale dell’Unesco, di cui era osservatore ufficiale del Vaticano, poteva dire:

 

Papa Giovanni: “Dobbiamo suscitare ovunque ferventi ed energiche attività e un’ampia collaborazione ai fini della giustizia, della libertà e della pace di tutti i popoli della terra senza distinzioni di razza, di lingua o di religione”

 

Narratore: Gli anni del pontificato di Giovanni XXIII sono gli anni dell’indipendenza delle colonie occidentali in Africa. Un evento che il pontefice incoraggia e nel quale vede un segnale nuovo per la chiesa. Quasi il simbolo biblico di popoli liberati a cui la chiesa, conoscendone la povertà e l’arretratezza, non può che essere vicina. Più volte pensa a queste povere terre, sfruttate e abbandonate dall’egoismo imperialistico europeo e americano, nei suoi messaggi radiofonici

 

Papa Giovanni: “In faccia ai paesi sottosviluppati, la Chiesa si presenta quale è e vuole essere, come la Chiesa di tutti e, particolarmente, la Chiesa dei poveri”

 

Narratore: Papa Giovanni capisce anche i travagli, le contraddizioni, l’angoscia di genti che si trovano per la prima volta a decidere di se stesse. Da questi travagli spesso, che spesso nascono violenza e nuova oppressione; quasi un inevitabile destino dei popoli oppressi che arrivano alla libertà: quello di rovesciare su altri il proprio risentimento a lungo accumulato e represso. Così è stato per il Vietnam, ma anche per l’Angola, il Ruanda, il Congo, il Sudan…; così è ancora oggi per Israele.

 

Papa Giovanni: “Dopo tanti generosi sforzi compiuti perché ogni paese abbia l’indipendenza, ecco che, nell’atto in cui le nuove comunità nazionali si applicano ad attuare le adeguate sistemazioni, alcuni rinnegano le note fondamentali della civiltà, e si torna, di colpo, agli inizi della vita umana sulla terra, quando Caino uccise il fratello suo Abele. Purtroppo, il tristissimo episodio si ripete. Là dove manca il cristianesimo, dove è soppressa la legge santa del Signore, accadono questi crudeli misfatti. Non è più l’uomo per l’uomo, ma l’uomo contro l’uomo, il fratello contro il fratello. No, no! Mai si deve dimenticare che siamo fratelli”.

 

Narratore: Torna alla mente il discorso d'addio con il quale l’allora mons. Roncalli manifestò ai cattolici bulgari tutto il suo affetto e il suo dolore per il distacco:

 

Papa Giovanni: "Secondo una vecchia tradizione dell’Irlanda cattolica, tutte le case pongono alla vigilia di Natale, sul davanzale della finestra, una candela accesa ad  indicare a San Giuseppe a alla Vergine Maria, che cercano un rifugio nella notte santa, che nell’interno, accanto al fuoco, ed alla tavola servita dalla Grazie di Dio, una famiglia li attende. Dovunque io sarò, fosse pure in capo al mondo, se un bulgaro spaesato passerà davanti alla mia casa, troverà alla mia finestra una candela accesa. Bussa! Bussa! Non ti domandare se sei cattolico o no, fratello di Bulgaria. Entra. Due braccia fraterne di accoglieranno, un cuore caldo di amici ti farà festa”.

 

(Canto Ave Maria)

 

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Una donna: “Che cosa pensi che succederà? Le navi sovietiche sono già vicine a Cuba, cariche di missili.”

Un uomo: “Non so proprio, ma temo il peggio. Kennedy ha detto che se entro stasera le navi non invertiranno la rotta risponderà con i missili nucleari. Poco fa ho sentito la radio che diceva che Kruscev non rispetterà l’ultimatum e che porterà le sue navi all’Avana per difendere Fidel Castro, che ha da poco rovesciato la dittatura di Batista, dagli attacchi degli americani”

Una donna: “Ma se non troveranno un accordo distruggeranno la terra! E che cosa sarà di noi?”

Un uomo: “Non so proprio, io spero che ci pensino ancora prima di scatenare una guerra atomica, ma ho molta paura di quello che potrà accadere.”

Una donna: “Ci vorrebbe davvero un miracolo!”

 

Papa Giovanni: “Figlioli, nell’odierna festa di Cristo Re sento qualcosa di toccante che conduce il mio spirito alla serenità…Con la mano sulla coscienza ascoltino i potenti il grido d’angoscia che in ogni parte della terra, dai piccoli innocenti agli anziani si eleva verso il cielo: pace, pace, pace…”.

 

Narratore: Queste parole pronunciate da papa Giovanni domenica 25 ottobre 1962 dalla finestra di piazza San Pietro in piena crisi di Cuba ottennero l’effetto sperato. Kruscev dette l’ordine del rientro alle proprie navi. Kennedy potè staccare la mano dal pulsante della guerra nucleare. Che cos’era successo? Papa Giovanni aveva consentito a entrambe le parti di sospendere lo scontro in atto senza che nessuno dovesse fare il primo gesto dimostrandosi debole di fronte al nemico.

Perché per papa Giovanni non ci sono nemici, ma solo fratelli. E aveva potuto porsi di fronte al Presidente Kruscev, che stava tra l’altro cercando di riformare il sistema sovietico, con un volto sorridente e non con il piglio minaccioso di un avversario pronto a tutto.

Il giorno dopo la Pravda, il quotidiano di Mosca, pubblicò – ed era la prima volta che accadeva una cosa del genere - il testo del discorso di papa Giovanni. Si apriva così quella che venne in seguito definita l’Ostpolitik, la politica dell’Est della Chiesa di Roma, che avrebbe portato a frutti insperati un quarto di secolo dopo.

 

Papa Giovanni: “La guerra è voluta dagli uomini, a occhi aperti, a dispetto di tutte le leggi sacre. Per questo è tanto più grave. Chi la determina, chi la fomenta è sempre il “princeps huius mundi” il principe di questo mondo che nulla ha a che vedere con il Cristo, il principe della pace”.

“Le mani sulla coscienza, gli occhi negli occhi dei capi che hanno il potere di decidere, e di loro collaboratori capaci di influire sulle decisioni. Noi facciamo risuonare questa supplica ai quattro punti cardinali. La nostra angoscia è grande alla vista del sangue che bagna la terra, ovunque sia, secondo o contro le regole dei conflitti armati. Ma che dire quando si tratta di vittime umane, sacrificate nel disprezzo di accordi in via di applicazione o ricercati, sacrificate a caso, per un’affermazione mal compresa di diritti? Il comandamento divino risuona fermo e grave: “Non uccidere”(…) Non con la spada, né con la parola o con la stampa; nemmeno con l’acquiescenza o con le esasperazioni nazionaliste” (…) “uomini di origine diversa, ma rispettosi gli uni degli altri, sapranno offrire al mondo lo spettacolo di una collaborazione leale, di uno scambio complementare di energie e di interessi, in uno slancio unanime verso il bene comune e l’elevazione dei popoli”.

 

(Canto Down by the riverside)

 

Narratore: Ci piace pensare che papa Giovanni inviterebbe oggi ad una globalizzazione governata, equilibrata, guidata non dai profitti delle grandi multinazionali, ma dalla giustizia sociale, dal rispetto delle diverse culture, dalla valorizzazione delle identità e delle comunità locali. Un nuovo grande compito per la missione della chiesa, che affonda saldamente le radici nella terra feconda della Pacem in terris, l’enciclica che papa Giovanni donò all’umanità l’11 aprile 1963, poche settimane prima della sua morte, per ricordarci, con il lieve sospiro della sapienza che nulla impone, di sollevare i cuori verso i nostri sogni, di desiderare, costruendolo, un mondo di pace.

 

Papa Giovanni: “Non già che manchino dottrine fallaci, opinioni, concetti pericolosi da cui premunirsi e da dissipare, ma essi sono così evidentemente in contrasto con la retta norma dell’onestà, ed hanno dato frutti così esiziali, che ormai gli uomini da se stessi, oggi, sembra che siano propensi a condannarli, ed in specie quei costumi di vita, che disprezzano Dio e la sua legge, l’eccessiva fiducia nei progressi della tecnica, il benessere fondato esclusivamente sui comodi della vita. Sempre più essi si convincono del massimo valore della dignità della persona umana e del suo perfezionamento, e dell’impegno che ciò esige. Ciò che più conta, l’esperienza ha loro appreso che la violenza inflitta altrui, la potenza delle armi, il predominio politico non giovano affatto per la felice soluzione dei gravi problemi che li travagliano.”

 

Narratore: Queste parole di papa Giovanni sembrano pronunciate oggi, per confortare la nostra speranza che appare così insensata di fronte alle logiche economiche dei potenti della terra, di chi ritiene che solo con la forza si possano risolvere i conflitti, di chi ha così paura di cambiare se stesso da ritenere che neanche gli altri possano cambiare e che quindi sia meglio sterminarli... Ma il richiamo alla speranza di Giovanni XXIII giunge ancora a noi, con le parole rivolte alla Commissione del Premio internazionale Balzan per la pace, a lui consegnato il 7 marzo 1963.

 

Papa Giovanni: “Voi rendete omaggio all’azione costante della Chiesa e del Papato in favore della pace: azione di cui le circostanze dei tempi moderni hanno fatto apparire sempre più le note caratteristiche. Perché, senza nulla togliere di essenziale alla libera e completa sovranità del Romano Pontefice, esse hanno favorito, sul piano delle competizioni internazionali – armate o semplicemente verbali – la perfetta neutralità sovranazionale della Chiesa e del suo capo visibile. Questa neutralità non deve essere intesa in senso puramente passivo, come se il ruolo del Papa si limitasse ad osservare gli avvenimenti e a conservare il silenzio. Si tratta al contrario di una neutralità che mantiene tutto il suo vigore di testimonianza. Premurosa di diffondere i principi della vera pace la Chiesa non cessa dall’incoraggiare l’adozione di un linguaggio e l’introduzione di abitudini e di istituzioni che ne garantiscano la stabilità. Noi l’abbiamo detto a più riprese: l’azione della Chiesa non è puramente negativa, non consiste solo nello scongiurare i governi perché evitino dal far ricorso alla forza delle armi; è un’azione che vuol contribuire a formare degli uomini di pace, degli uomini che abbiano dei pensieri, dei cuori, delle mani pacifiche. I pacifici proclamati beati nel Vangelo non sono degli inattivi: essi sono coloro che la pace la costruiscono: factores pacis (Matteo 5,9)”.

 

Un uomo: “Nella Pacem in terris c’è scritto che ci sono oggi tre grandi novità, tre grandi segni dei tempi, come li chiamava papa Giovanni: l’ascesa economico-sociale delle classi lavoratrici, l’ingresso della donna nella vita pubblica, l’indipendenza dei popoli”

Una donna: “Oh, finalmente qualcuno si è accorto anche di noi donne, che non siamo soltanto delle serve a vostra disposizione. Ci voleva il mio papa per farvelo capire!”

Un uomo: “Ma se oggi avete anche la lavatrice? Se il progresso continua con questo ritmo, fra poco voi donne non avrete più nulla da fare…salvo occuparvi di noi!”

Una donna: “Il boom economico di questi anni non deve mica servire solo a risparmiare la fatica dei lavori domestici! Noi vogliamo uscire di casa, lavorare, vogliamo anche dire la nostra sui problemi.”

Un uomo: “Beh, adesso non esageriamo, oggi potete persino votare! Pensa a noi in fabbrica, che fino ad oggi siamo stati trattati come macchine da lavoro. Lo sai che cosa dice l’enciclica del papa? Guarda, te lo leggo proprio: non dobbiamo più ‘essere considerati e trattati come esseri privi di intelligenza e di libertà, in balia dell’altrui arbitrio, ma sempre come soggetti o persone in tutti i settori della convivenza’.”

Un uomo: “Diamine, ma allora anche i nostri preti devono cominciare a trattare meglio noi donne e voi operai”.

 

(Canto When I fall in love)

 

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Narratore: Ma come si poteva parlare ad altri di pace, di unità, di fraternità, se i primi ad essere divisi e in continuo conflitto tra di loro erano proprio i cristiani, separati da visioni religiose e dottrinali diverse? Come si poteva parlare di fraternità e di unità se non aggiornando l’impostazione pastorale della chiesa? Papa Giovanni aveva ben chiaro che per essere credibile testimone della carità la chiesa avrebbe dovuto precorrere nuove strade, tornando alle origini e alla purezza del messaggio evangelico.

Per questo dedicò con impegno i pochi anni del pontificato per creare le condizioni dell’unità delle chiese cristiane separate e per rinnovare la chiesa cattolica. Ancora una volta anteponeva a qualsiasi questione la franchezza nei rapporti, l’amicizia e la fiducia reciproca. Era questa, nelle sue intenzioni, la base di partenza di ogni possibile condivisione. Come disse un giorno ad un osservatore anglicano.

 

Papa Giovanni: “Sono i teologi che ci hanno messo in questa difficoltà: tocca ai cristiani ordinari, come lei e come me, uscirne fuori”.

 

Narratore: E aveva scritto, quando era ancora nunzio apostolico in Turchia:

 

Papa Giovanni: “Nell’ultimo giorno del giudizio particolare e del giudizio universale sarà chiesto a questa coscienza non se ha fatto l’unità, ma se per essa ha pregato, lavorato e sofferto, se si è imposta una disciplina saggia e prudente, paziente e lungimirante e sa ha dato vigore agli slanci della carità.”

 

Narratore. Ma allora non tutta la verità è nella chiesa. Ma allora il mondo è un grande mosaico di possibilità, di verità da comporre e ricomporre; allora da tutti possiamo imparare. Non vuol forse dire questo essere cattolici: considerare tutte le persone di ogni razza, religione, ideologia compagni di viaggio nella nostra esperienza terrena?

Una chiesa matura non ha paura di perdere la propria identità nell’immergersi nel mondo. E poi che cos’è la sua identità se non l’essere, in carità fraterna, nel mondo?

In fondo papa Giovanni aveva avviato, come ricordava Ives Congar, uno dei teologi ispiratori dei documenti conciliari, il passaggio da una “chiesa in sé” a una “chiesa per gli uomini”.

 

Papa Giovanni: “A noi sta a cuore in maniera specialissima il compito di Pastore di tutto il gregge. le altre qualità umane – la scienza, l’accorgimento e il tatto diplomatico, le qualità organizzative – posson riuscire di abbellimento e di completamento per un governo pontificale, ma in nessun modo possono sostituirlo…”

“Di solito le varie cose che ci attorniano si presentano con quattro facce: e, in genere, tre di esse sono cattive o incerte: una è chiara, limpida, splendente. Ora, gli uomini sembrano portati piuttosto a fermarsi sulle prime tre, e di fronte ad esse subito pongono in movimento la fantasia, gli occhi, la lingua, per abbandonarsi a giudizi inesatti o temerari, per criticare, indugiando non su ciò che realmente soddisfa, ma su quanto potrebbe spiacere o deludere le proprie vedute. In una parola, si cerca più di stare in allarme contro quanto può sminuire una quiete abitudinaria, un raggiunto equilibrio, invece di ricercare quel che giova a procedere con speditezza e serenità”.

 

Narratore: La ricerca della felicità può quindi essere una virtù anche per i cristiani? Può essere un modo per attuare il messaggio evangelico, cercando il bene per se e per gli altri? Così ha raccontato Mons. Guerry, arcivescovo di Cambrai, un suo incontro avuto con papa Giovanni:

 

Mons. Guerry:  “In un colloquio intimo, il 3 maggio scorso, il Papa mi confidava la sua sofferenza nel pensare che nel mondo tanti uomini di buona volontà pensavano che la Chiesa li rifiutasse e li condannasse. Allora, mostrandomi il crocifisso che era sul suo tavolo, diceva animandosi: ‘Ma io faccio come il Cristo, apro loro fino in fondo le mie braccia. Io li amo e sono il loro padre. Sono sempre pronto ad accoglierli’. Poi, voltandosi verso di me: ‘Monsignore, non si sono comprese tutte le esigenze del Vangelo!”

 

Narratore: Allo scopo di aiutare a comprendere le esigenze del Vangelo, l’11 ottobre 1962 papa Giovanni XXIII apriva ufficialmente i lavori del Concilio ecumenico Vaticano II. Quel primo giorno di lavoro, cominciato sotto la pioggia, si concluse con una grande luna nel cielo, mentre il “papa buono”, dalla finestra di piazza San Pietro, pronunciava, improvvisando, delle parole nuove, inattese, sorprendenti:

Papa Giovanni: "Cari Figliuoli, sento le vostre voci. La mia è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero: qui tutto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera, osservatela in alto, a guardare questo spettacolo. La mia persona conta niente: è un fratello che parla a voi, diventato padre per la volontà di nostro Signore... Ma tutti insieme, paternità e fraternità e grazia di Dio, tutto tutto... Continuiamo dunque a volerci bene, a volerci bene così; guardandoci così nell'incontro: cogliere quello che ci unisce, lasciar da parte, se c'è, qualche cosa che ci può tenere un po' in difficoltà... Tornando a casa, troverete i bambini, date una carezza ai vostri bambini e dite: questa è la carezza del Papa. Troverete qualche lacrima da asciugare: dite una parola buona. Il Papa è con noi, specialmente nelle ore della tristezza e dell'amarezza. E poi, tutti insieme ci animiamo: cantando, sospirando, piangendo, ma sempre pieni di fiducia nel Cristo che ci aiuta e che ci ascolta, continuiamo a riprendere il nostro cammino”.

Narratore: Secoli e secoli di distanza tra la chiesa e il mondo si sciolsero in un istante. La Chiesa aveva ripreso a camminare con gli uomini, con i loro problemi, le loro “lacrime”, le loro gioie, infondendo speranza e dando “scandalo” in nome di un messaggio semplice e chiaro: il Vangelo di Cristo.

I primi ad essere scandalizzati furono proprio gli uomini della Curia romana, quelli che pensavano che il Concilio aperto da papa Giovanni dovesse servire a giudicare gli uomini e a condannare gli errori del mondo. Invece papa Giovanni portava l’attenzione di tutti sui limiti della Chiesa e sulla necessità di riformarsi per parlare a tutte le persone, credenti e non credenti, portando il messaggio della pace e della fraternità che Cristo aveva consegnato ai primi discepoli.

Tre linee di riflessione erano state poste ai padri conciliari, chiamati a raccolta da tutto le parti della terra: la ricerca di parole nuove per comunicare a tutti gli uomini di un mondo in continuo cambiamento; l’apertura al mondo e la ricerca di dialogo con tutti, uscendo dalla cittadella giudicante in cui si era rinserrata la Chiesa; la riconciliazione con le chiese cristiane separate, alla ricerca di ciò che unisce piuttosto di ciò che divide, per testimoniare, nell’unità dei cristiani, la sollecitazione evangelica ad amarsi gli uni gli altri.

Questo compito veniva affidato per la prima volta a clero e laici, di cui verrà affermata la pari dignità.

 

(Canto Dalakopen)

 

Narratore: Il testimone del Concilio fu presto lasciato da papa Giovanni. Il 3 giugno 1963 poteva aprire gli occhi dell’anima alla luce impenetrabile del mistero divino. Tre giorni prima, il 31 maggio verso le nove di sera, davanti ai fratelli Zaverio, Alfredo, Giuseppe ed Assunta e al cardinal Montini, arrivato con loro in aereo da Milano, in un momento di lucidità durante le settantuno ore di agonia, confessò dal letto di morte:

 

Papa Giovanni: “Questo letto è un altare, l’altare vuole una vittima: eccomi pronto. Offro la mia vita per la Chiesa, la continuazione del Concilio Ecumenico, la pace del mondo, l’unione dei Cristiani. Il segreto del mio sacerdozio sta nel crocifisso che volli porre di fronte al mio letto, egli mi guarda e io gli parlo. ..Quelle braccia allargate dicono che egli è morto per tutti; nessuno è respinto dal suo amore, dal suo perdono. Ut unum sint! (Che tutti siano uno)“

 

David Maria Turoldo:

“Anche il sole tardava a morire quella sera:
sostava una luce strana sulle case
e sopra le facce della gente, e dalle strade
saliva un silenzio ancora più strano:
solo dalla Grande Piazza - il palco ove
si affrontano Speranza e Delusione
da sempre - si spandeva nell'aria un murmure
che mai nessuno aveva udito finora:
un murmure da sottosuolo, sommesso:
un sospiro delle cose pareva
ancor prima di farsi umana coscienza,
voce fusa del mondo: quella sera
tutto il mondo si era fermato, la gente
era sulle porte, in silenzio,
solo con il capo qualcuno accennava a quell'unica Cosa:
nessuno osava dire all'altro
quanto era impossibile dire, e tutti
piangevamo di gioia e di dolore:
tutti improvvisamente orfani!
(…) E subito
udito l'Ite" della preghiera
posto per Caso divino a sigillo
della favolosa "Leggenda", oh quanti
per le vie si abbracciavano! Perfino
il fratello ateo (ma chi era
ateo, almeno quella sera!) e il mussulmano
e l'ebreo e il fratello riformato
piangevano quella sera! E il negro
e l'olivastro... Uno aveva appena
scritto: "sono un buddista: Dio vi ama"!
Anche il bianco era un fratello quella sera...

E tutti a dire:
sì, il genere umano è uno
il mondo può essere uno
sì, ogni terra può essere in pace.

Avevi appena varcato la Notte del Fuoco:
era la feria prima di Pentecoste:
per te ora di nuova fiamma splendeva la Chiesa,
o Papa Giovanni, tu padre del mondo!

E tutti noi, per giorni, a narrare
la tua lunga agonia in faccia all'universo:
la enciclica più vera: una morte
ancora all'antica, la bella
morte fra tanta nostra
morte organizzata: questa
nostra morte "industriale"...
Tutti, quei giorni, a evocare le tue
parole di addio: "Figlioli
cercate ciò che vi unisce
e non quanto divide!" Dicevi
di offrir la tua vita per la pace:
"saremo sempre amici!", dicevi!
E dal palco la Speranza bandiva
la Delusione: almeno quella sera!”

 

Narratore: Abbiamo ascoltato i versi della poesia “Quella sera” di David Maria Turoldo, padre servita che proprio a Fontanelle di Sotto il Monte aveva posto la sua tenda per proclamare, con la sua voce forte e poetica, la bellezza di una chiesa libera e aperta ai fratelli di tutto mondo. Ci fa rivivere le emozioni di chi si trovava, la sera del 3 giugno in piazza San Pietro a vegliare sugli ultimi attimi di vita di papa Giovanni. Angelo Roncalli si spense proprio quando il celebrante, che stava terminando una messa sul sagrato della basilica, pronunciò l’Ite missa est: andate, la messa è finita.

 

(Canto Sammerpsalm)

 

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Padre Balducci: “Quando Dio manda uomini come papa Giovanni, non è certo perché si scrivano libri su di lui, ma perché ci sia impossibile continuare a vivere e a pensare come se egli non fosse mai venuto fra noi”.

 

Narratore: Così ha scritto padre Ernesto Balducci, forse ricordando quando lui, giovane religioso degli Scolopi venne convocato e aspramente criticato dal Sant’Uffizio per aver espresso concetti che proprio papa Giovanni andava affermando. Minacciato di ulteriori provvedimenti trovò il modo di far arrivare un suo messaggio al papa. Due giorni dopo ricevette una telefonata del sostituto di Giovanni, mons. Dell’Acqua: “Il Santo Padre le fa sapere che è nel suo cuore. Ha capito? Nel suo cuore”.

Come erano nel suo cuore don Primo Mazzolari, padre David Turoldo, don Zeno Saltini che, allontanato anni prima dal Sant’Uffizio, poté tornare a Nomadelfia grazie all’intervento di Giovanni.

Come nel suo cuore, nel suo augurio natalizio del 1961, erano tutti gli uomini del mondo.

 

Papa Giovanni: “Il nostro cuore penetra nelle vostre dimore, tutte illuminate dall’attesa della nascita del divin salvatore, e si gonfia di tenerezza, per rivolgervi un saluto e dei voti paterni. Vorremmo poterci attardare alla tavola dei poveri, nelle officine, nei luoghi di studio e di scienza, vicino al letto degli ammalati e dei vecchi, ovunque degli uomini pregano e soffrono, lavorano per sé e per gli altri, operano appassionatamente con le loro braccia o nelle discipline dello spirito e del cuore. Sì, desidereremmo posare la nostra mano sul capo dei piccoli, guardare i giovani negli occhi, incoraggiare i papà e le mamme a compiere il loro dovere quotidiano! A tutti, noi vorremmo ripetere le parole dell’angelo: Vi annuncio una grande gioia: vi è nato il Salvatore”

 

(Canto Ninna nanna del Bambin Gesù)

 

Un uomo: “Pensa cosa mi è capitato oggi. Anche se non sono religioso guardando i funerali di papa Giovanni alla televisione, mi sono commosso. Al bar, attorno a me, ho visto tanti piangere”

Una donna: “Anch’io ho pianto quando è morto. Come deve avere sofferto, poverino, con quel tumore che gli divorava lo stomaco. Lo sai che anche tre suoi fratelli sono morti per la stessa tremenda malattia?”

Un uomo: “No, non lo sapevo. E’ che abbiamo perso un punto fermo, un uomo che capiva i nostri problemi, che proteggeva noi lavoratori. Che vegliava sulle sorti della terra, che, pur non possedendo potere ed eserciti, riusciva a convincere tutti”

Una donna: “E’ vero…Ma mi consola una cosa: che abbiamo avuto la fortuna di averlo conosciuto, di aver ascoltato la sua voce. Dobbiamo essere contenti di vivere questi anni…Abbiamo visto tante trasformazioni e credo che tante cose buone accadranno ancora.”

 

Narratore: Ne sono successe tante di cose, nel solco tracciato da papa Giovanni. Nel corso degli anni Sessanta tante persone e interi popoli hanno preso coscienza della possibilità che libertà, giustizia, uguaglianza non erano solo degli ideali astratti, ma che si potevano costruire giorno dopo giorno. Sono nati movimenti, associazioni, comunità, spinte individuali nuove. A lungo la speranza di poter cambiare, di costruire un mondo di pace e di fraternità ha attraversato come un’onda di luce la vita dell’umanità. Molti frutti sono stati generati, molti semi sono stati gettati. Ciò che papa Giovanni ha testimoniato nella sua epoca è ancora ciò di cui il mondo ha bisogno oggi: speranza, fiducia reciproca, accoglienza del diverso. Un compito per i cristiani e per tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

 

Papa Giovanni: “Il mondo cammina: bisogna prenderlo per il suo verso con spirito sempre giovane e confidente: non sciupar tempo a far confronti: ma pensare che questo perenne rinnovarsi attesta la presenza della grazia del Signore, sempre pronta ad illuminare le anime, ad accenderle verso il bene, e a trar profitto da tutto. Io preferisco tenermi al passo con chi cammina, che soffermarmi e lasciarmi sorpassare”.

 

Narratore: Come possiamo stare inermi finché continuano le guerre, le ingiustizie, le oppressioni, finché ogni giorno – in un mondo che ha risorse sufficienti per tutti – muoiono milioni di persone per la fame, la sete, le malattie curabili; finché le ricchezze di pochi aumentano e quelle dei più diminuiscono; finché i potenti pensano al proprio benessere e al proprio tornaconto più che alla felicità dei propri popoli; finché si sprecano enormi ricchezze per comprare armi e fare guerre; finché pochi possono decidere il destino di molti; finché l’ambiente viene sfruttato e deturpato distruggendo con esso infinite possibilità di vita; finché un bambino qualunque, aprendo gli occhi sul mondo, proietti un ombra di morte…

Ma una vita nuova è possibile. Possiamo anche noi, come faceva papa Giovanni, guardare con speranza al futuro. Perché il futuro è già stato scritto, come ci ha insegnato Giovanni XXIII, nel Vangelo di Cristo e sta a noi realizzarlo.

E’ quanto sembra indicarci anche il suo successore, papa Paolo VI.

 

Papa Paolo VI: “Non più indietro guardiamo, non più lui, ma l’orizzonte che egli ha aperto davanti al cammino della Chiesa e della storia.

Difficile arte quella della profezia, ma, in questo momento, essa sembra rendersi più facile e quasi obbligante nell’evidenza di alcune premesse, poste dal Papa di cui piangiamo la morte. Giovanni ha segnato alcune traiettorie al nostro cammino, che sarà sapienza non solo ricordare, ma seguire”.

 

(Canto Yesterday)

 

Papa Giovanni: “La vita è pellegrinaggio. Del cielo siamo fatti. Stiamo un poco qui e poi riprendiamo il nostro cammino”.

 

 

 

 

 

Il Coro Dalakopen

 

Costituitosi nel 1997, è composto da persone unite dal desiderio di fare musica tramite la comune passione per il canto corale a cappella. Il repertorio spazia dalla polifonia classica a quella contemporanea, sacra e profana, con predominanza  di brani tratti  dalla tradizione folklorica mondiale ed elaborazione di pop-songs. La formazione si è esibita con successo  in vari concerti e rassegne corali riscuotendo favorevoli consensi, anche per  l’originale repertorio proposto.  Sin dalla fondazione il gruppo è diretto dal M° PIETRO FERRARIO, apprezzato compositore in campo internazionale, pianista, organista, nonché direttore di altre formazioni corali tra cui l’Ensamble Vocale Calycanthus, alla cui guida è stato più volte premiato in concorsi nazionali e internazionali.

 

I Canti che accompagnano la recita

(in ordine di esecuzione)

 

1.      Joy to the world (G.F. Händel, arr. di L. Mason e N. Jenkins: proclamazione gioiosa della nascita di Cristo)

 

2.     Come Again (J. Dowland: madrigale inglese rinascimentale del 1597:  “vieni ancora, Signore”)

3.      Somewhere over the rainbow (H. Arlen, arr. G. Ziemann, brano del 1939: “in qualche luogo, oltre l’arcobaleno, c’è un paese dove i sogni si realizzano”)

4.     Nkos’Usubenam Hosanna Nkosi Phezulu (Gibson Kente: due canti africani fusi in un’unica armonia, dedicati ai bambini nel mondo)

5.      Come follow (J. Hilton, canone inglese di epoca barocca il cui testo recita: “vieni e seguimi, dice il Signore”)

6.      The lion sleeps tonight (Canto popolare zulu nell’arrangiamento di P. Amico, un inno alla gioia e alla natura)

7.     Heliseb Valjadel (U. Sisask, Ave Maria composta nel 1991 in lingua estone)

8.      Down by the riverside (Anonimo: spiritual che invoca la pace: “non farò mai più la guerra!”)

9.      When I fall in love (V. Young, arr. K. Shaw, canzone d’amore del 1952)

10.  Dalakopen (Danza popolare norvegese dai caratteri di ninna nanna, arrangiata nel 1984 da B. Kruse)

11.  Sommarpsalm (W. Åhlén, “Salmo d’estate” scritto dal compositore svedese nel 1934: “tutto perisce, solo la parola di Dio rimane per sempre”)

12.  Ninna nanna del bambin Gesù (Canto popolare lombardo nell’armonizzazione del 1940 di B. Bettinelli)

13.  Yesterday (J. Lennon – P. McCartney, arr. H. Krato, canzone dei Beatles composta nel  1965).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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